Le dipendenze affettive

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China,Sanya 2007

Ogni giorno mi domando da dove proviene esattamente il malessere nelle nostre relazioni affettive.

Perché non stiamo bene anche quando  va tutto bene?

Quando mangiamo,quando siamo in salute, quando intorno a noi siamo circondati dalla gioia e dall’affetto di parenti e amici, perché ci portiamo comunque addosso tristezza? Ma sopratutto perché finiamo per trasformare i rapporti sani in dipendenze? Perché non siamo in grado di stare bene da soli e bene in compagnia?

Forse questa sofferenza proviene da un ambiente con particolari litigi e crisi che vivevamo quando eravamo piccoli?

Forse non abbiamo una grande opinione di noi stessi?

Forse abbiamo paura di essere rifiutati,abbandonati e dimenticati?

Forse crediamo che per essere amati bisogna essere perfetti?

Per tentare di rispondere a queste e altre numerose domande cerco di andare quotidianamente in parti profonde della mia personalità cercando di capire i meccanismi che si innescano a seconda della persona che ho di fronte alla quale sono più o meno legata affettivamente.

Nel corso delle mie riflessioni ho capito due cose fondamentali:

  •  le persone soffrono perché non sanno esattamente che cosa sono venute a fare su questa terra, qual è il loro ruolo,compito e talento
  •  le persone pensano di non essere amate e vogliono ardentemente esserlo.

Risolte queste due cose, capite profondamente, la vita prende altri colori e sfumature non dando più spazio alla tristezza.

La prima cosa che avviene con questi due grandi dolori è cercare una dipendenza affettiva.  Quando si è affettivamente dipendenti si ha enormemente bisogno dell’amore e dell’approvazione di chi ci ama. Può trattarsi dei genitori, del coniuge, dei figli, degli amici, del terapeuta; comunque vada si cerca una conferma esterna. Questo porta a temere le reazioni, ad avere paura di creare dispiaceri. Di conseguenza si arriva ad avere poca considerazioni per noi stessi, poco amore e poca stima.

La nostra anima è su questa terra per fare  esperienza. Arriva un momento in cui ha bisogno di emergere, ci ricorda di non dimenticarci di noi stessi,di rispettarci. Non sempre però le persone che abbiamo a fianco prendono bene questa dimostrazione di amore verso noi stessi perché è vista come una riduzione verso l’altro. Forse qui nasce spesso la causa di molte frasi come ” non sei più come prima”, “non ho più da te le attenzioni di prima” .

La sofferenza che deriva da una situazione del genere può portare entrambi a chiudere i cuori, non si vuole più amare perché si soffre. 

Come provare a rimuovere la sofferenza?

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China,Sanya 2007

Noi possiamo davvero diventare padre e madre di noi stessi perché dentro di noi c’è un uomo,una donna e un bambino. Il bambino è la nostra apertura, la nostra capacità di meravigliarci, in noi c’è la voglia di giocare, di ridere, di divertirci, di sperimentare e di imparare. 

Ma siamo anche donne dolci e intuitive, con capacità di accogliere,rassicurare,accudire creando un ambiente ricco di calore. L’altra parte è l’uomo, più razionale e logico. Possiamo affrontare concretamente i problemi, possiamo osare, intraprendere, consigliare,dirigere o porre dei limiti. Possiamo essere tutte e tre le cose perché dentro di noi c’è già tutto. Possiamo raccontare e parlare con il bambino che è dentro di noi perché siamo padre e madre di noi stessi, in grado di amarci totalmente e incondizionatamente.

E’ un processo lento e graduale dove si impara ad occuparci di noi stessi, dove si ascoltano i nostri bisogni,dove si capisce cosa ci rende felici.

Per arrivarci bisogna innanzitutto essere fermi con se stessi, ancora prima di esserlo con gli altri e trovare tempo per re- imparare a volerci bene.

Alla fine l’amore più appagante è quello che si costruisce investendo su se stessi e permettendo all’altro di fare esattamente lo stesso.

Nel prossimo post vi parlerò di alcuni “riti” per costruire un percorso senza dipendenze affettive. A presto!

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Ilaria Palmas

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